Un nuovo orizzonte, una nuova utopia sociale

Non mi pare che l’Europa, se di Europa possiamo parlare guardando al passato, alle guerre di religione e politiche che l’hanno attraversata, ai silenzi colpevoli che ha spesso mantenuto nella più recente storia post-coloniale, possa vantare una primalità di fronte all’altra riva del Mediterraneo ; mi pare anzi che l’Europa, in particolare dopo il segnale della Brexit, debba partire dal riconoscere gravi fragilità ed errori politici e debba « se mettre en cause » per essere in grado di comprendere e di trovare una risposta democratica e una solidarietà vera – e non tanto proclamata quanto fittizia – in risposta ai drammi che si sono concatenati nel sud del Mondo : guerre, devastazioni ambientali e sociali, migrazioni forzate solo per non dimenticare neppure un istante la punta d’iceberg di ciò che continuamente accade.

Per tentare una risposta a tutto questo è necessaria una consapevolezza diffusa tra le persone, è necessaria la presenza attiva di tante persone, è necessaria la forza di una intelligenza collettiva. Appare come una contraddizione difficilmente spiegabile il fatto che oggi che abbiamo a disposizione il massimo di notizie verbali e visive in tempi rapidissimi siamo di fronte a una inerzia diffusa e alla mancanza di una larga risposta popolare come questi drammi e i tanti temi che costringono quotidianamente le nostre vite, invece richiederebbero.

Non solo in Italia, la frammentazione di movimenti politici e sociali non aiuta a coagulare larghi e significativi movimenti d’opinione, che non cadano nelle trappole del ribellismo o liberismo di destra ma che trovino un radicamento stabile in settori ampi della popolazione attraversati da esigenze di riscatto sociale. Altra cosa è la ricchezza di punti d’osservazione necessari di fronte alla evidente complessità e interconnessione nel continuo esasperato movimento di tutte le maggiori questioni mondiali, ambientali culturali, economico-politiche.

Per ritrovare il “noi collettivo”, per ritrovare un popolo largo, la sinistra italiana ha bisogno di praticare le idealità fondamentali delle Costituzione e del Programma di Ventottene. Valori non mercificabili, non negoziabili. Credere in essi e in una vita rispettosa dell’ambiente e di tutte le persone significa rendere concrete queste scelte dentro il nostro quotidiano. Progetti ideali che sono vicini alle persone e che costituiscono l’orizzonte individuale e collettivo per tutte le persone e in particolare per quelle che vivono nel disagio culturale, nella povertà, nella solitudine della marginalizzazione.

Ritroviamo l’orizzonte che abbiamo perso o che di sicuro ora non appare più percepibile perché affogato in contorsioni politiciste votate più all’autopromozione che a un progetto che possa accogliere i bisogni vivi e continuamente espressi e perfino gridati delle persone, le loro paure, le loro speranze, il futuro dei giovani fatto a pezzi ogni giorno.

La politica non interessa più perché è diventata piccola piccola: rendite di posizione, oligarchie autorappresentatesi, ceto politico che si è progressivamente spogliato di quella cultura politica che si era nutrita di grandi esperienze e di grandi visioni del mondo radicate nella conoscenza storico-politica e nella cultura letteraria italiana e internazionale. Gramsci aveva tradotto molti testi della letteratura americana, non solo Marx, ma anche pezzi della letteratura russa dell’Ottocento e del primo Novecento, come Tolstoi, Puskin, Gogol, Turgenev, Dostoevskij, Cechov, e poi soprattutto Goethe.

La sinistra ha bisogno di segnare la discontinuità. Per fare questo e per non essere aleatoria ha bisogno di una cultura politica rinnovata che si basi su una formazione approfondita e si nutra di esperienze sociali rilevanti, solo così può essere in grado di dare al Paese, a quel “noi collettivo”, una nuova utopia sociale concreta. Il bisogno di partecipazione che i social e il web hanno sollecitato è un bisogno reale di partecipazione che le persone esprimono in tanti modi per promuovere proprie eventuali capacità. Questo bisogno di partecipare e di far contare i propri punti di vista, le proprie esperienze non può essere lasciato nelle mani unicamente dal potere economico-liberista che attrae e sfrutta questa propensione alle performance personali in tutti campi, artistico e non solo.

Cultura politica approfondita e partecipazione reale, incarnata e non solo mediatica, devono diventare la cifra autentica della politica che la sinistra vuole affermare e rinnovare e un modo imprescindibile per riavvicinare all’impegno donne e uomini, studenti, disoccupati, giovani precari, operai, mondo del pubblico e del privato e le tante persone che vedono travolta la propria vita da una imperante visione governativa economicista e cinica.

 

L’uovo di Colombo : vincono le idee e le esperienze concrete

Certamente è necessario guardare alla storia personale e alla situazione specifica nazionale per ben comprenderle, ma le figure di Corbyn, Sanders, e soprattutto della sindaca di Madrid, Manuela Carmena – ma ci sono anche in Italia molti casi importanti – ci devono indicare che oggi, forse in modo particolare, c’è una necessità perfino pre-politica per ritrovare la fiducia delle persone e l’efficacia dell’agire politico.

Non per mitizzarle ma per imparare da società diverse da noi che paiono avere, dentro le proprie diverse forme di democrazia, una significativa carica di rinnovamento.

Queste figure che cosa indicano? Alcune cose con evidenza :

  1. Che la politica ha bisogno di essere rappresentata da figure dove è significativa l’esperienza che portano con sé, le idee progettuali che propongono e la coerenza e concretezza con cui le hanno portate avanti.
  2. Che proprio questi elementi creano il rapporto di fiducia con tante persone, di età e ambiti diversi, con cittadine e cittadini.

Non si può immaginare – e tanto meno a sinistra è immaginabile – che si possa proporre progetti di cambiamento della società e di pratiche della politica con proposte che sanno di posticcio, di occasionale, di astratto, di mutevolmente fragile.

In una realtà cannibalizzata dalle news che di ora in ora cancellano l’immediato passato per sostituirlo con un immediato presente – che sperimentiamo tutti essere raccontato in modo effimero, rindondante o peggio ancora ingannevole – c’è bisogno di ideali potenti, utopie concrete e coerenti.

La politica in Italia oggi deve ricreare il legame di fiducia con le persone e necessita di un progetto ideale risultato di una interpretazione profonda della società e che sia definito con chiarezza.

Le figure di Carmena, Sanders e Corbyn rappresentano e incarnano agli occhi dei loro cittadini, e di chi guarda dall’estero, ideali concreti, vissuti coerentemente lungo una vita piena : questo rende credibili, affidabili, convincenti queste figure e le loro proposte.

Esperienze autentiche portate dentro la politica.

Per far progredire e difendere la nostra democrazia, per rinnovare la politica e il Paese non abbiamo bisogno di mentori politici autoreferenziali, né di pifferai creati per marketing economico, né di tanti piccoli leaders autocostruitisi sul web.

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No al terrorismo, no alle guerre

L’ISIS colpisce le persone al ristorante, allo stadio, al teatro, per la strada, in riva al mare, nei centri commerciali, nella redazione di giornale, su un autobus. Il terrorismo deve essere fermato. Quale o quali sono i modi davvero efficaci? E’ la domanda in tutti noi.
Forse quando si è all’estero, si diventa più sensibili a molte sollecitazione e alle emozioni. Ci si sente più indifesi in particolare davanti al terrorismo. Il linguaggio non nativo, il suono, le espressioni colpiscono più fortemente…. E il dover comprendere un’altra lingua aiuta anche a riflettere e ad andare oltre il rutilare continuo di frasi, parole, espressioni enfatizzate… continuamente e oltremodo ripetute. Anche se fossero giuste e ragionevoli, ma non lo sono, si trasformerebbero tuttavia in un suono inutile. Anzi, nocivo perché ottundono la capacità di riflettere, addormentano, impigriscono il nostro spirito critico. E’ infatti molto più semplice acconsentire al pensiero altrui e ripetere amplificando quello che ci appare, a pelle giusto….Ma oltre a questo, no, non siamo spinti a riflettere. Così, ascoltare le notizie TV in una lingua straniera costringe ad ascoltare con attenzione e a capire, oltre i suoni…
E allora, improvvisamente: no condanno il terrorismo, ma non mi convincerete, non acconsentirò a nessuna guerra.
E allora, un crescendo di appelli alla guerra, ad incrementare le risorse economiche –milioni di euro, di dollari, di sterline- per acquistare armi, aerei e navi da guerra. Si sente ripetere che si deve intensificare gli interventi, che i paesi amici devono allinearsi contri i paesi nemici; che non bastano più i droni perché non sono efficaci quanto “the boots on the ground”…le truppe di terra, i mezzi pesanti che attraverseranno con armi di morte paesi già profondamente devastati dalle bombe, dalla guerra interna per bande, dalla crescente povertà della povera gente…..I poveri sempre più poveri e costretti e convinti a morire o a fuggire per le bombe, per la violenza in tutte le sue forme, per la fame, per la paura.
Nessuno parla dei morti sotto i bombardamenti, nessuno dice che i droni non colpiscono con precisione, ossia uccidono i civili: è questo il modo efficace di combattere i terroristi dell’ISIS? uccidendo poveri incolpevoli e forse anche inconsapevoli di ciò che sta accadendo attorno a loro? Offrendo nuovi argomenti ai terroristi dell’ISIS per accreditarsi presso queste popolazioni emarginate e stremate? Nessuno dice che è l’emarginazione – sottile o proclamata- e non la religione, non la nazionalità delle persone che vivono nelle periferie delle nostre città europee a essere il terreno fertile per il terrorismo? Nessuno parla dell’inganno socio-culturale del consumismo, dell’individualismo esasperato e della scomparsa dei valori della convivenza, del disprezzo della reciproca conoscenza, del rispetto reciproco?
Perché solo poche voci chiedono che si fermi la vendita delle armi, che si isolino economicamente e politicamente i governi – non i cittadini, ma i governanti- che finanziano direttamente o indirettamente la guerra? Perché sono poche le voci che chiedono un processo diplomatico e umanitario di pace portato avanti con convinzione come via privilegiata?
Perché lasciamo che questo riecheggiare di appelli di guerra da est a ovest, da nord a sud del Mediterraneo sovrastino i pensieri di pace? Perché non ci chiediamo a chi serve incrementare la paura? A chi serve ripetere che ora bisogna combattere con le armi e con l’invio di militari; a chi serve trascurare un investimento economico pacifico per attuare il welfare e lo sviluppo dei paesi dove l’Europa ha fortissime responsabilità coloniali e post coloniali? A chi serve lasciare che i paesi nord africani e centro africani siano attraversati da lotte tra bande? A chi serve continuare una politica di colonizzazione economica e finanziaria? A chi serve lasciare tanti paesi nella indigenza, nel disagio sanitario, nella sete e nella degradazione ambientale e culturale?
Le risposte devono essere cercate e dette a gran voce perché per combattere il terrorismo queste risposte sono necessarie: non la guerra, ma il sostegno –culturale ed economico- affinché questi territori possano trovare una via di pace e il proprio modello di progresso democratico e sociale stabile.
No, non mi convincerete che per cancellare la paura e il terrorismo la strada sia la guerra. No, non mi convincerete alla vostra guerra!

Eguaglianza e rispetto: siamo tutti migranti

rossecorsare

http://www.radioradicale.it/scheda/447711?i=3438294

Proprio per l’importanza di quello che ci stiamo dicendo oggi voglio iniziare ricordando la pulizia etnica di 20 anni fa a Srebrenica, (abitavo vicino) per ricordare una guerra negata, prima di tutto, ma anche per sottolineare un punto centrale (assieme a cambiare l’agenda Europa, al lavoro, alla scuola, all’ambiente, ecc.) che deve essere posto con chiarezza sul tavolo del soggetto politico nuovo che stiamo costruendo. Proprio per non essere costretti all’emergenza degli eccidi è necessario costruire la pace, sempre, anzi soprattutto quando le guerre sembrano lontane.

Ma vorrei toccare un solo punto in relazione a questo “luogo di comunità politica” che stiamo costruendo, luogo prima di tutto di uguaglianza e di rispetto e, a partire da ciò, intrecciare finalità pratiche e un ruolo concreto nel paese. Non solo va ribadito che siamo accanto ai più deboli economicamente e culturalmente e che per loro e non per noi, combattiamo ma…

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Eguaglianza e rispetto: siamo tutti migranti

http://www.radioradicale.it/scheda/447711?i=3438294

Proprio per l’importanza di quello che ci stiamo dicendo oggi voglio iniziare ricordando la pulizia etnica di 20 anni fa a Srebrenica, (abitavo vicino) per ricordare una guerra negata, prima di tutto, ma anche per sottolineare un punto centrale (assieme a cambiare l’agenda Europa, al lavoro, alla scuola, all’ambiente, ecc.) che deve essere posto con chiarezza sul tavolo del soggetto politico nuovo che stiamo costruendo. Proprio per non essere costretti all’emergenza degli eccidi è necessario costruire la pace, sempre, anzi soprattutto quando le guerre sembrano lontane.

Ma vorrei toccare un solo punto in relazione a questo “luogo di comunità politica” che stiamo costruendo, luogo prima di tutto di uguaglianza e di rispetto e, a partire da ciò, intrecciare finalità pratiche e un ruolo concreto nel paese. Non solo va ribadito che siamo accanto ai più deboli economicamente e culturalmente e che per loro e non per noi, combattiamo ma anche il come: ossia con pratiche di democrazia. Le persone, gli attivisti, sono stanchi di filiere, privilegi, leaderismi ingiustificati: è necessario che valori e punti programmatici, priorità, siano chiari e condivisi.

Il confuso, il sottinteso non aiuta a costruire nulla.

Dalla sua origine SEL è a disposizione per un progetto grande e coraggioso: il come realizzare ciò è difficile e mi limito a qualche riflessione. La comunità di SEL, la sua esperienza, il suo contributo politico e parlamentare, le risposte che si è impegnata a dare ad elettori e simpatizzanti sono un qualcosa che non va disperso. Così come i compagni e le compagne nei territori: hanno partecipato, lavorato, sofferto, festeggiato, insieme per SEL.

Tutto questo deve diventare elemento fertile e fecondo, non dissolto nel necessario processo di cambiamento in corso.

Il tema identitario e quanto di più lontano dalla mia riflessione e per provare a spiegarmi meglio concludo con un’analogia. Prendo l’esempio (più che drammatico, ma non entro nello specifico) dei migranti che vivono in Italia e in Europa. Sono convinta che noi siamo tutti migranti e che lo siamo anche in questa esperienza di costruzione di un luogo politico nuovo. Come ai migranti un paese davvero democratico non chiede di dimenticare le loro origini, la propria storia, le proprie conoscenze, per acquisire il diritto ad entrare in un contesto collettivo perché se lo facessero perderebbero il senso stesso del loro essere, il contributo specifico che possono dare per migliorare, cambiare, allargare, la nostra società, così SEL non deve dimenticare la propria seppur piccola storia e i suoi errori, né farne bandiere identitaria – o fondamentalista per proseguire nell’analogia – ma portare dentro questa comunità e convivenza politica nuova, democratica e di sinistra, il proprio contributo di esperienza: né populista, né semplicistico.

Per ripartire insieme è necessario trovare un linguaggio per parlare, per raccontare criticamente la realtà effettiva ai delusi e disinteressati alla politica, ma non attraverso scorciatoie che indeboliscano la struttura parlamentare della nostra democrazia, ma essendo compartecipi, con animo generoso e onesto, dei conflitti e del dramma di povertà quotidiana delle persone poiché siamo ben oltre questo punto di drammaticità, oggi, in Italia.

Luisa Simonutti

Intervento all’Assemblea Nazionale di Sinistra Ecologia Libertà “Senza frontiere”, Roma, 11 luglio 2015

Una progettualità politica collettiva per una società che rispetta persone e natura

Una progettualità politica collettiva che vada oltre slogan, annunci e promesse: in questo modo si può sintetizzare l’appuntamento milanese dove il “Fattore umano/Human factor”, la vita delle persone, le esperienze, i bisogni e le speranze, sono messe al centro di una riflessione approfondita per contribuire a costituire un nuovo paradigma della sinistra italiana e, insieme, europea.

La ricerca di un linguaggio comune

La ricerca di un linguaggio comune è certamente un elemento necessario che sta, tuttavia, in un rapporto dialettico con il processo di emersione di un modello culturale e sociale che superi la crisi valoriale, economica, ambientale e umana di oggi.

Un processo di cambiamento che si è da tempo innescato, che stenta ancora a trovare una sua strada ma che deve avere tra i suoi fari guida: diritti e democrazia, uguaglianza e solidarietà, generosità, onestà, mutualismo.

I drammatici fatti di Parigi e la tensione che attraversa le società europee ed extraeuropee ci spingono a una riflessione che non si arrenda a soluzioni militari oltre confine e securitarie nel paese, ma ponga la questione di un necessario progresso nella convivenza, coesione e rispetto tra gli individui, tra individui e società, e tra società diverse.

La centralità dell’alterità

La storia occidentale è fatta di storie di comunità migranti. La società plurale contemporanea ha bisogno di un più articolato concetto di convivenza, che superi il tema dell’integrazione come semplice assimilazione dell’alterità in qualsiasi direzione. L’altro è da sempre parte fondante ed ineludibile della nostra società. Il riconoscere questa alterità e la sua essenzialità nella società contemporanea necessita che si metta in atto un processo di conoscenza e di riconoscimento dell’altro nella sua uguaglianza giuridica, emotiva ecc., e allo stesso tempo nella sua autonomia. Un processo cognitivo che si deve collocare alla base di riflessioni, di valutazioni politiche e di giudizi che attengano alla uguaglianza e dignità di tutti.

Una società plurale e rispettosa delle persone

Tale “comprensione reciproca di umanità” è necessaria per lo sviluppo di una società plurale e rispettosa delle persone, non può rimanere limitata ad uno sforzo psicologico e a un’attitudine individuale e volontaristica ma deve realizzarsi secondo un piano giuridico e politico e deve essere sostenuta da un progetto educativo, da una politica che vive proprio “del e nel” riconoscimento dell’altro.

Un progetto formativo per un nuovo concetto di persona e società

L’istruzione pubblica, le scienze umane e della politica, le scienze della natura, la medicina devono promuovere, educare a questa “comprensione reciproca di umanità”. La formazione culturale della cittadinanza riveste una importanza centrale per la vita politica di una comunità multiculturale e per la vita della società attuale. Questa “conoscenza e comprensione reciproca di umanità” ha come suo ruolo e costituisce dunque lo strumento per sancire uguale dignità, rispetto e corresponsabilità politica per tutti gli individui, per oltrepassare l’indifferenza a una condizione di disuguaglianza politica ed economica e sociale tra le persone, per praticare una nuova convivenza.

Un paradigma per la sinistra italiana

Gli statuti sociali e la Carta costituzionale che definiscono la democrazia italiana e tutta quella ampia gamma di valori che ne sono venuti, nel tempo, a far parte e che definiamo, oggi, con il termine di ‘sinistra’ sono esemplari per la loro ricchezza. Voci plurali che sono parte fondante ed ineludibile della sinistra così come, abbiamo detto, essere il concetto di alterità elemento costitutivo della società attuale.

La progettualità politica collettiva è dunque la strada che la sinistra deve esperire, che ha davanti a sé e che, forse, non aveva in passato ma che oggi ha pienamente dentro di sé, nella sua realtà quotidiana e in chi è sensibile all’impegno sociale. Il compito della sinistra è quello di essere parte viva di una società che non ha altra strada, se non vuole collassare, che mutare facendo tesoro delle alterità culturali e sociali che la compongono. La sinistra deve, essa stessa, mutare e ricostituirsi e proseguire in questo far convergere nel largo cammino le diverse esperienze politiche, umanitarie, dell’associazionismo civile e culturale che ha incrociato in questi anni, e alzare lo sguardo!

http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/una-progettualita-politica-collettiva-per-una-societa-che-rispetta-persone-e-natura/

Cultura politica e identità plurale: valori fondativi di SEL

Vorrei sottolineare solo due questioni, che in questo passaggio complicato di disaffezione alla politica e al ruolo dei partiti o soggetti politici (anche se forse banali), tuttavia vorrei riprenderle. Credo che vada riaffermato uno dei caratteri fondativi di Sinistra Ecologia Libertà ossia la necessità della pluralità delle voci, del dialogo costante, carattere che deve essere guida anche in questi passaggi elettorali regionali che abbiamo davanti. A questo si deve aggiungere la nostra capacità di avere una visione progettuale di governo di un territorio, una prospettiva ampia che va oltre i termini temporali di una legislatura e al tempo stesso una capacità di costruire assieme alle persone una risposta puntuale sui temi specifici di ciascun territorio, relativi al lavoro, alla scuole e asili, alla mobilità ecc. che toccano direttamente la vita delle persone.

Credo che questa capacità di dialogo, di voci plurali, di comprendersi e di sapersi ricomprendere non sia solo una formula retorica ma devono essere punti di forza, una pratica innervata nelle nostre relazioni politiche. Questo tema, secondo me, va molto al di là della questione dello etichette ma consiste con il costruire una nuova cultura politica o di modificare la nostra cultura politica, ma su questo, che è la seconda questione, vorrei ritornare.

Credo che Human factor (http://www.humanfactorlab.it) affermi la collettività del nostro fine, che ci enunci chiaramente la necessità di un fine alto, europeo e globale, e allo stesso tempo locale e territoriale che ci offrirà la guida dell’operare politico di ciascuno di noi; non dunque personalismi, e anche le legittime aspirazioni personali devono trovare il loro significato in un direzione comune quella appunto come ha detto in modo icastico Nichi Vendola: “essere all’altezza della richiesta di cambiamento e del sostegno a Piazza San Giovanni”: questo secondo me significa essere plurali, essere capaci di dialogo, mettere in secondo piano etichette e autoreferenzialità. Tutto questo non significa genericità o perdita di identità valoriale, ma appunto acquisire una identità plurale.

Ritengo che la valorizzazione del ruolo dei circoli, come luogo di pratiche sociali, contenuto nel documento organizzativo sia molto importante perché l’incontro diretto delle persone con le loro realtà costituisce il primo scambio capillare, proprio come il sistema sanguigno periferico, che ci permette e anzi ci obbliga alla comprensione, alla concretezza e alla progettualità, a evitare la retorica fine a se stessa, non più accettata dalle persone. Costruire una nuova forma di comunità sociale e politica.

Ma come costruire o rafforzare questa nuova identità plurale? Ecco il secondo punto: attraverso la cultura politica, un rinnovata attenzione alla cultura politica. Anche questo ce lo indica chiaramente il documento programmatico: ossia la necessità che tutti, compagni e compagne, sia che sia avvicinino o si riavvicinino alla politica in età adulta o giovanile, sia che da tempo siano impegnati in politica, è necessaria l’umiltà dello studio e della riflessione critica, questo vale per tutti, e in particolare a partire da chi ha l’impegno della cura del più piccolo circolo a salire nei ruoli e negli impegni.

Non bastano letture giornalistiche, spesso più legate alla comunicazione, a fare da cassa di risonanza piuttosto che a fare da informazione approfondita. E’ necessario affrontare i temi della nostra società complessa con approfondimenti articolati, non occasionali, non lasciati alla casualità personale. Per questo spero che la conferenza di Milano dia l’avvio a momenti formativi dislocati sul nostro territorio e a cui il nostro partito voglia dedicare una parte delle sue risorse economiche. Momenti specifici di formazione e autoformazione, chiamiamoli come vogliamo, aggiornamento, approfondimento. In tutti i lavori questo è previsto e ancora di più deve esserlo nella politica che deve saper guardare al futuro, che deve saper leggere il presente, che, come dice Nichi, deve essere in grado di “riagganciare la visione internazionale”. Questa formazione culturale pensata è il modo per fare quel salto in avanti e di qualità che è mancato a SEL e che è necessario, in ogni modo, al nostro soggetto politico.

La conferenza di gennaio, i tanti tavoli tematici i cui lavori vedrei poi raccolti in 5/6 macrotemi programmatici e approfonditi su cui basare poi l’attività politica territoriale, aspetti programmatici che devono essere anche con molta chiarezza comunicati a tutti, dentro e fuori di SEL e, quindi, la ricerca di un nostro linguaggio.

E dunque, e concludo, un passaggio culturale essenziale che ci deve fornire una nuova antropologia e un nuovo linguaggio per la realizzazione della nostra politica onesta e concreta.

Luisa Simonutti       Assemblea nazionale di Sinistra Ecologia Libertà – Roma 20 dicembre 2014

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L’Italia rafforzi il sostegno umanitario ai curdi e dica no alle armi

“E’ emergenza umanitaria, è necessario intervenire per fermare l’eccidio”. Siamo a un punto drammatico è vero ma ci siamo passati in questi ultimi decenni più volte senza neppure cercare forme di prevenzione: un copione di morte e di disperazione che si è ripetuto e si ripete in Europa, in Asia, in Medioriente e in Africa anche se quest’ultime guerre si conoscono solo laddove ci sono risvolti economici.

“E’ necessario fermare l’eccidio” è una necessità contingente, è una risposta vera e drammatica che fotografa il presente ma che racconta anche le incapacità profonde dell’immediato passato e che guarda con cecità il futuro. Abbiamo chiamato le guerre in tutti modi : sante (è l’occidente ad aver santificato le crociate, guerre di conquista), giuste, umanitarie e oggi, senza più parole per giustificare le guerre, la UE propone di inviare direttamente le armi. L’Europa fa dunque una scelta disperata, priva di ogni capacità e forza diplomatica, senza la progettualità di proporsi come elemento di equilibrio, senza creare, insieme all’ONU, una forza di interposizione, senza prevedere il blocco dei conti bancari e senza isolare attraverso l’elettronica e i satelliti chi perpetra sterminio di popoli. Il punto è che l’Europa sta facendo una scelta che alimenta la guerra e lo sterminio, le armi passeranno di mani in mano; l’Europa ha abdicato al suo ruolo di pace e di civiltà.

L’Italia prenda il coraggio per far sentire una voce diversa, l’Italia prenda il coraggio per dire che uccidere è sempre un delitto contro l’umanità, l’Italia dica che le armi di guerra non hanno mani giuste ma solo mani irresponsabili e guidate da volontà di predominio su persone e su beni materiali. L’Italia continui e rafforzi il sostegno umanitario ai peshmerga curdi, l’Italia chieda una forza ONU ed europea di interposizione, L’Italia chiami pubblicamente i paesi arabi ad agire diplomaticamente isolando gli islamisti di Al-Bagh, gli invasori e gli sterminatori, L’Italia convochi i paesi europei che, come la Spagna, non credono nell’invio di armi e intervenga con segnali forti (economici, bancari, elettronici, diplomatici) che dimostrino che non vendiamo armi e non siamo i signori della guerra del ventunesimo secolo.

Con le donne siriane, contro lo stupro di massa e di guerra

L’8 marzo è una data storica e simbolica che le donne italiane ricordano in modo non rituale. Questa giornata è occasione di riflessione collettiva sulla condizione femminile, sociale e politica, è un momento per fotografare una realtà italiana arretrata dove le disparità salariali delle lavoratrici rispetto ai lavoratori, i pochi ruoli dirigenziali delle donne, la ridotta presenza in organismi amministrativi e politici ecc. collocano l’Italia in coda ai paesi europei.

Una data esemplare anche in queste ore in cui si discute una pessima legge elettorale; una discussione necessaria e importante – sulla parità di genere – ma allo stesso tempo paradossale perché è paradossale che l’Italia sia ancora tanto arretrata politicamnete e culturalmente da dover discutere ciò che sta nella realtà della società, il dirtto all’uguaglianza.

Ma oggi voglio raccontare la drammatica condizione delle donne in Siria, sequestrate, spogliate, torturate, stuprate decine e decine di volte, usate per condurre una guerra che distrugge le persone e disgrega il tessuto sociale, peggio dei gas, peggio delle bombe.

Un’inchiesta del quotidiano “Le Monde” del 6 marzo racconta questi stupri, almeno 50.000 donne violate come arma di distruzione di massa: leggo e provo un malessere fisico in tutto il corpo per quei racconti, per quelle descrizioni barbare e inconcepibili di torture nella vagina con oggetti e topi, e bruciature, botte, fratture e sangue su tutto il loro corpo. Stuprate innumerevoli volte dai miliziani davanti ai propri figli, mariti e fratelli, costrette a subire incesti, rigettate poi in celle sovrafollate, senza spazio, senza cibo, senza lavarsi, tra topi ed escrementi. Donne attiviste o semplicemnete abitanti di villaggi razziati, donne che camminano per strada, che accompagnano i figli a scuola, giovani, vecchie, incinte, rapite e violate secondo un disegno di guerra, pianificato, ripetuto.

Donne morte dentro i propri corpi ad ogni stupro, donne morte ancora una volta perché invisibili, dimenticate, dai diplomatici di ogni guerra, dalle associazioni umanitarie, dai giornali, donne morte perché costrette al silenzio da una società che le condanna, dalla famiglia che le ripudia o le uccide per allontanare l’onta, donne mutilate, donne impazzite a causa delle violenze e degli stupri. Donne come ombre mute. Diamo loro la nostra voce, oggi, 8 marzo e ogni giorno, contro questa barbarie e contro la guerra.

http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2014/03/04/syrie-le-viol-arme-de-destruction-massive_4377603_3218.html?xtmc=le_viol_arme_de_destruction_massive&xtcr=6

Pensieri e parole …

…non tanto per evocare una famosa canzone di Lucio Battisti ma per parlare dell’abuso di parole nel mondo di oggi e nella comunicazione interpersonale

Un’ansia dei tempi recenti che si manifesta nel bisogno di occupare lo spazio e il tempo con le parole, fiumi di parole, sfoghi di parole, commenti istantanei che si sottraggono al vaglio della riflessione come se quest’ultima ne limitasse la veridicità. Negli stessi dialoghi privati, tra le persone, la voglia di persuadere e di affermare se stessi travalica la rilevanza del messaggio e del pensiero che si intendono trasmettere.

Un’abitudine che non ha tempo né voglia di interrogarsi sul senso e sul valore delle parole e si rafforza invece in un amalgama di forzature e di distorsioni diventate ormai inestirpabili dentro il nostro quotidiano.

Il linguaggio in tv, sui giornali e nel web è specchio e fenomeno sociale: esprime, enfatizza o sdogana aspetti della società. Tema studiatissimo!

Tanto più il messaggio è effimero tanto più risuona facilmente e ha bisogno di una cassa di risonanza per diventare persuasivo. Tuttavia l’overdose di parole, di frasi banalizzate, di ripetizioni e di facili slogan si ferma alla superficie.  Per un momento convincono, poi allontanano … come la politica che si ripete nelle affermazioni, si rincorre nelle provocazioni sul web, lancia messaggi salvifici quanto improbabili e irrealizzabili.

Se la fatica della riflessione è un privilegio dell’umanità, nostro compito è la costruzione di un progetto ed è importante riprenderci il significato delle parole che lo descrivono.

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