Sottoscrivere l’inizio di una guerra è siglare il fallimento per tutta l’umanità

«No fly zone! pityful abject hypocrisy – more sales for the gun men, more power for the west.» scrive un amico inglese.

M’indigna il gran discutere dei politici di professione, in queste ore, su fly zone sì, fly zone no, sulla necessità dell’intervento a difesa delle popolazioni civili, sul sostegno al vento di democrazia nel Mediterraneo e via elencando.

Come se tutto ciò che accade non avesse un passato prossimo oltre che un passato lontano. Uno ieri in cui non ci siamo preoccupati delle popolazioni civili, non abbiamo saputo vedere e sostenere il vento di democrazia.

Eppure « pane e libertà » dice con chiarezza che senza un’uguaglianza sociale, una equità nella distribuzione delle risorse, senza una critica non incerta al neoliberismo, la parola libertà diventa debole e può venire professata da chiunque e perfino issata su un’asta da guerra.

Ma è necessario ricordare che di queste popolazioni civili ci siamo solo preoccupati affinché non giungessero sulle nostre coste. Bastava non sapere o fingere di non sapere che venivano annientate in varie forme, nell’inganno di una impossibile partenza. Venivano seviziati e picchiati nei campi profughi o mandati a morire nel deserto o « semplicemente » fatti sparire.

M’indigno e domando : « Dov’era e che faceva tutto l’imponente apparato diplomatico mondiale ? Dov’era e che faceva la politica ? ». Distratte dall’agenda economica che decide chi è « buono » e chi è « cattivo » ? Chi è democratico e chi è tiranno a seconda dei vantaggi che singole aziende o stati possono trarne ?

Nel momento dell’indignazione e della sofferenza per l’avvio di una nuova guerra vorrei licenziare tutti i diplomatici e tutti i ministri degli esteri coinvolti, magari insieme ai loro governi.

Sottoscrivere l’inizio di una guerra è siglare il fallimento per tutta l’umanità.

I nostri politici, e non parlo solo degli italiani, (sarebbe troppo facile !) hanno analizzato ciò che mutava nella società nordafricana ? Si sono interrogati sulla formazione di un tessuto nuovo di persone che alla rivolta per la sussistenza coniugava quella per il riscatto sociale, per l’equità, della democrazia, per la difesa, per i diritti fondamentali ? Le cancellerie, nei secoli passati, nel Rinascimento e durante le prime guerre moderne in Europa ricevevano dispacci costanti dai propri inviati, e ora con la rapidità di circolazione delle informazioni possono ragionevolmente e sinceramente dichiararsi sorprese ? Non credo.

Forniamo armi, e poi ci sorprendiamo, forniamo risorse al tiranno e non al suo popolo e poi ci dichiariamo sorpresi, siamo sordi quando si leva qualche voce, qualche intellettuale, qualche docente universitario per chiedere il sostegno dell’Europa migliore e del mondo. La carcerazione o la sparizione di queste persone non ci interessa, piuttosto è meglio mettere in sicurezza i pozzi di petrolio. Lì certo le pressioni non mancano, poiché non mancano interessi occidentali.

Li chiamiamo venti di democrazia, ma lasciamo a se stesse popolazioni che insorgono, si ribellano e che per trovare la propria strada all’uguaglianza sociale e alla democrazia hanno bisogno dell’attenzione di tutti noi di un confronto alla pari, non con una prospettiva eurocentrica.  Siamo noi che sordi e addormentati abbiamo bisogno di riscoprire parole come rispetto, diritto, uguaglianza, libertà; questi popoli, disegnando la loro propria storia di oggi possono aiutarci, ad un tempo, a riannodare i nostri fili dimenticati.

La Libia, i popoli nordafricani sono parte della nostra storia, insieme a essi abbiamo costruito la nostra cultura e, oggi, devono essere parte del nostro futuro.

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