Parole nuove per concetti antichi : la retorica della guerra e la guerra umanitaria

Stiamo procedendo a passi di gambero ? Questioni e valori che negli ultimi trent’anni sembravano definitivamente acquisite dalla civiltà contemporanea come la condanna della tortura e l’uso della guerra, hanno ripreso fiato. Scriveva Norberto Bobbio nel 1966 nel saggio Il problema della guerra e le vie della pace:

«La guerra moderna viene a porsi al di fuori di ogni possibile criterio di legittimazione e di legalizzazione, al di là di ogni principio di legittimità e di legalità.»

Dopo l’attentato alle le torri gemelle ci siamo chiesti nuovamente se non sia in fin dei conti utile, legittimo torturare i veri e i presunti assalitori per farli confessare l’efferato crimine. Ma già nel 1763 Cesare Beccaria aveva spiegato a tutta la cultura occidentale che la tortura è non solo una procedura iniqua, ma è anche inutile : solo il debole (o l’innocente) è disposto a confessare anche colpe non sue pur di sottrarsi alle sofferenze mentre il criminale determinato non confesserà neppure sotto tortura.

Con la guerra del Golfo, nel 1991, si è ricominciato a parlare di guerra giusta. Ma una guerra può essere giusta ? Un tema così importante merita una riflessione approfondita. Affrontare i temi della guerra e della pace non è una impresa facile. Tuttavia non è soddisfacente farne una lettura semplificata poiché proprio a causa delle semplificazioni, alcuni concetti eticamente accettabili diventano scudo per operazioni politiche, militari ed economiche che non hanno nulla a che vedere, e che sono spesso in netto antagonismo, con le convinzioni etiche evocate.

E’ il caso della guerra giusta o come oggi si dice, della guerra umanitaria.

Tre modelli nella storia moderna.

Nella relazione fra gli stati il tema della guerra è centrale. Tre sono i modelli concettuali che si sono maggiormente affermati e hanno avuto un ruolo chiave nel corso della modernità :

  1. Esiste un ordine giusto che si basa sulla legge naturale. A partire da questa nozione di ordine e di legge la guerra viene definita come una prassi il cui scopo è ristabilire l’ordine naturale violato. Ne consegue la giustificazione dell’azione di guerra. E’ possibile dunque delineare una serie di cause che legittimano la guerra : cause giuste per una guerra giusta. Oltre alla legittimità della guerra si può definire anche la sua legalità, ossia definire dei criteri di discriminazione e di proporzionalità. Si intende, così, sottomettere la guerra alle regole del diritto : il diritto può regolare la violenza che si esprime nella guerra. E’ un pensiero che non appartiene solo ai giuristi del Cinquecento e del Seicento ma che, vedremo, viene oggi ripreso e reinterpretato. Parole nuove per concetti antichi : la retorica della guerra.
  2. Il modello hobbesiano invece afferma che non esiste una legge naturale vincolante, né, quindi, un ordine internazionale legittimo. Gli stati sono sovrani e detengono il diritto o meno alla guerra. Per Hobbes non esiste un criterio oggettivo per giudicare della giustezza o della iniquità di una guerra, ma solo l’interesse del singolo stato.
  3. Un terzo modello elaborato tra Sei-Settecento è quello che si basa su un equilibrio tra le potenze, tra gli stati. Impedire che uno stato consegua una condizione di egemonia e di dominio su altri stati, ossia una condizione di equilibrio internazionale emanciperebbe dall’uso della guerra.

La nuova guerra detta guerra umanitaria

Uno dei capisaldi dei sostenitori contemporanei della guerra giusta è la necessità, da parte della comunità politica, di punire i malfattori, di punire chi viola la giustizia. Ma per questo scopo c’è proprio il tribunale internazionale e la guerra non può essere considerata una procedura giudiziaria. Non solo sarebbe un giudizio sommario l’identificazione del colpevole, ma la punizione ricadrebbe in gran parte su innocenti e indifesi.

Lasciamo da parte la questione della “guerra santa”, che viene affermata a partire da questioni che si connettono strettamente alla fede religiosa (qualunque essa sia). La guerra santa trae la sua giustificazione a partire dal concetto di giustizia ma si fonda unicamente su un ideale (spesso ultraterreno) di tipo religioso. Va da sé che a questo ideale religioso si affiancano o diventano preponderanti interessi materiali, economici.

Ma arriviamo al centro del ragionamento: “la guerra umanitaria” è la forma della guerra che  oggi si afferma come necessaria per difendere una parte della popolazione di uno stato estero da forme di usurpazione politica, di violazione dei diritti umanitari dichiarati fondamentali dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, e dalla Carta dell’Onu del 1945.

Tale tipo di guerra in realtà è un conflitto armato convenzionale anche se di genere nuovo e che si legittima internazionalmente facendo appello alla tutela dei diritti, all’esportazione e/o al sostegno della democrazia.

Caratteri della nuova guerra detta guerra umanitaria:

1. è una guerra “asimmetrica” spesso combattuta da potenze occidentali (in coalizione) verso stati singoli, di solito militarmente inferiori e definiti, a secondo delle occasioni, in modo dispregiativo “stati canaglia”.

2. è una guerra secondo cui “in situazioni di crisi estrema” (extrema ratio) è possibile violare i vincoli stabiliti, ad esempio che i civili non godono più di uno status rigoroso di immunità e, come “danni collaterali”,  possono essere oggetto di attacchi militari.

3. è una guerra che anzi viola anche gli standard internazionali, classicamente definiti con il termine di guerra giusta. La guerra giusta era unicamente una guerra difensiva. I requisiti e le caratteristiche della guerra giusta erano stati stabiliti nella convinzione che “morale e diritto sono superiori alla politica e possono regolare la violenza che si esprime nella guerra”[1]. In tale quadro si erano elaborati dei criteri di “discriminazione” (tra innocenti e colpevoli) e criteri di proporzionalità (rispetto alla gravità dell’offesa arrecata) per definire in generale dei criteri di legalità della guerra.

Ma questi standard internazionali tradizionali erano stati definitivamente superati dall’art 1 della Carta dell’ONU: 
 «1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace.»

Secondo l’art 1 della Carta dell’ONU la guerra non è né legale, né legittima. Solo una successiva reiterpretazione della Carta (in una condizione di debolezza dell’ONU stesso) ha permesso una serie di applicazioni semplificate lasciandone in secondo piano gli articoli fondamentali. Si è riconosciuta una condizione di “emergenza suprema” che si è trasformata in una “emergenza morale” come risultato di valutazioni politiche unilaterali. Il diritto internazionale positivo ammette l’uso della forza in un unico caso: la legittima difesa. Oggi il diritto internazionale reinterpreta la Carta ammettendo l’intervento armato umanitario con o senza il consenso ONU.

La Costituzione italiana è inequivocabile: ripudia la guerra e anche le cosiddette “asettiche operazioni di polizia internazionale”.

Interrogativi inevitabili

Un bombardamento, anche “intelligente”, l’uccisione di civili, la distruzione di infrastrutture economiche e sociali, la distruzione di beni artistici e naturali, l’inquinamento del territorio possono definirsi interventi umanitari?

Ci siamo interrogati sulla responsabilità collettiva dei paesi in stato di guerra? Ci siamo chiesti se i soldati di quei paesi in guerra sono colpevoli o innocenti? Ci siamo interrogati sulle potenze occidentali che fanno operazioni di guerra ma che non vogliono perdite proprie? che combattono sì una guerra ma fuori dai propri territori, sui territori di altri? Ci siamo interrogati sull’uso delle tecnologie militari e informatiche? Sulla rilevanza che le economie nazionali hanno nella definizione di questi interventi armati umanitari? E’ legittimo affermare come universali valori elaborati dal diritto internazionale occidentale basato sul diritto degli individui ma che non tengono conto dei cosiddetti asian values? Queste guerre umanitarie non sono piuttosto espressioni di politiche unilaterali ed imperiali di una o più superpotenze? Uccidere è affermare la pace?

Queste e altre domande sono cancellate dall’appello a una emergenza morale che evocando valori alti ci esime dal rispondere alle questioni cruciali che la guerra, ogni guerra, impone e che non sono evitabili.

Infine, ammettere la guerra umanitaria – anche come “ultima ratio” – delegittima e indebolisce il percorso, seppure difficile e lungo, quale è il processo politico, diplomatico, sociale per la pace e per la difesa dei diritti delle persone.

Raccontare la storia della nozione di guerra umanitaria è il modo per smascherare, oggi, l’inganno della guerra.

 

 

 

 

 


[1] Marco Geuna, Guerra giusta e guerra umanitaria. Appunti per una critica delle giustificazioni contemporanee dei conflitti armati, in «Una strana gioia di vivere» a Grado Giovanni Merlo, a cura di M. Benedetti e M.L. Betri, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2010, pp. 505-530, p.515,

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