Eguaglianza e rispetto: siamo tutti migranti

http://www.radioradicale.it/scheda/447711?i=3438294

Proprio per l’importanza di quello che ci stiamo dicendo oggi voglio iniziare ricordando la pulizia etnica di 20 anni fa a Srebrenica, (abitavo vicino) per ricordare una guerra negata, prima di tutto, ma anche per sottolineare un punto centrale (assieme a cambiare l’agenda Europa, al lavoro, alla scuola, all’ambiente, ecc.) che deve essere posto con chiarezza sul tavolo del soggetto politico nuovo che stiamo costruendo. Proprio per non essere costretti all’emergenza degli eccidi è necessario costruire la pace, sempre, anzi soprattutto quando le guerre sembrano lontane.

Ma vorrei toccare un solo punto in relazione a questo “luogo di comunità politica” che stiamo costruendo, luogo prima di tutto di uguaglianza e di rispetto e, a partire da ciò, intrecciare finalità pratiche e un ruolo concreto nel paese. Non solo va ribadito che siamo accanto ai più deboli economicamente e culturalmente e che per loro e non per noi, combattiamo ma anche il come: ossia con pratiche di democrazia. Le persone, gli attivisti, sono stanchi di filiere, privilegi, leaderismi ingiustificati: è necessario che valori e punti programmatici, priorità, siano chiari e condivisi.

Il confuso, il sottinteso non aiuta a costruire nulla.

Dalla sua origine SEL è a disposizione per un progetto grande e coraggioso: il come realizzare ciò è difficile e mi limito a qualche riflessione. La comunità di SEL, la sua esperienza, il suo contributo politico e parlamentare, le risposte che si è impegnata a dare ad elettori e simpatizzanti sono un qualcosa che non va disperso. Così come i compagni e le compagne nei territori: hanno partecipato, lavorato, sofferto, festeggiato, insieme per SEL.

Tutto questo deve diventare elemento fertile e fecondo, non dissolto nel necessario processo di cambiamento in corso.

Il tema identitario e quanto di più lontano dalla mia riflessione e per provare a spiegarmi meglio concludo con un’analogia. Prendo l’esempio (più che drammatico, ma non entro nello specifico) dei migranti che vivono in Italia e in Europa. Sono convinta che noi siamo tutti migranti e che lo siamo anche in questa esperienza di costruzione di un luogo politico nuovo. Come ai migranti un paese davvero democratico non chiede di dimenticare le loro origini, la propria storia, le proprie conoscenze, per acquisire il diritto ad entrare in un contesto collettivo perché se lo facessero perderebbero il senso stesso del loro essere, il contributo specifico che possono dare per migliorare, cambiare, allargare, la nostra società, così SEL non deve dimenticare la propria seppur piccola storia e i suoi errori, né farne bandiere identitaria – o fondamentalista per proseguire nell’analogia – ma portare dentro questa comunità e convivenza politica nuova, democratica e di sinistra, il proprio contributo di esperienza: né populista, né semplicistico.

Per ripartire insieme è necessario trovare un linguaggio per parlare, per raccontare criticamente la realtà effettiva ai delusi e disinteressati alla politica, ma non attraverso scorciatoie che indeboliscano la struttura parlamentare della nostra democrazia, ma essendo compartecipi, con animo generoso e onesto, dei conflitti e del dramma di povertà quotidiana delle persone poiché siamo ben oltre questo punto di drammaticità, oggi, in Italia.

Luisa Simonutti

Intervento all’Assemblea Nazionale di Sinistra Ecologia Libertà “Senza frontiere”, Roma, 11 luglio 2015

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Cultura politica e identità plurale: valori fondativi di SEL

Vorrei sottolineare solo due questioni, che in questo passaggio complicato di disaffezione alla politica e al ruolo dei partiti o soggetti politici (anche se forse banali), tuttavia vorrei riprenderle. Credo che vada riaffermato uno dei caratteri fondativi di Sinistra Ecologia Libertà ossia la necessità della pluralità delle voci, del dialogo costante, carattere che deve essere guida anche in questi passaggi elettorali regionali che abbiamo davanti. A questo si deve aggiungere la nostra capacità di avere una visione progettuale di governo di un territorio, una prospettiva ampia che va oltre i termini temporali di una legislatura e al tempo stesso una capacità di costruire assieme alle persone una risposta puntuale sui temi specifici di ciascun territorio, relativi al lavoro, alla scuole e asili, alla mobilità ecc. che toccano direttamente la vita delle persone.

Credo che questa capacità di dialogo, di voci plurali, di comprendersi e di sapersi ricomprendere non sia solo una formula retorica ma devono essere punti di forza, una pratica innervata nelle nostre relazioni politiche. Questo tema, secondo me, va molto al di là della questione dello etichette ma consiste con il costruire una nuova cultura politica o di modificare la nostra cultura politica, ma su questo, che è la seconda questione, vorrei ritornare.

Credo che Human factor (http://www.humanfactorlab.it) affermi la collettività del nostro fine, che ci enunci chiaramente la necessità di un fine alto, europeo e globale, e allo stesso tempo locale e territoriale che ci offrirà la guida dell’operare politico di ciascuno di noi; non dunque personalismi, e anche le legittime aspirazioni personali devono trovare il loro significato in un direzione comune quella appunto come ha detto in modo icastico Nichi Vendola: “essere all’altezza della richiesta di cambiamento e del sostegno a Piazza San Giovanni”: questo secondo me significa essere plurali, essere capaci di dialogo, mettere in secondo piano etichette e autoreferenzialità. Tutto questo non significa genericità o perdita di identità valoriale, ma appunto acquisire una identità plurale.

Ritengo che la valorizzazione del ruolo dei circoli, come luogo di pratiche sociali, contenuto nel documento organizzativo sia molto importante perché l’incontro diretto delle persone con le loro realtà costituisce il primo scambio capillare, proprio come il sistema sanguigno periferico, che ci permette e anzi ci obbliga alla comprensione, alla concretezza e alla progettualità, a evitare la retorica fine a se stessa, non più accettata dalle persone. Costruire una nuova forma di comunità sociale e politica.

Ma come costruire o rafforzare questa nuova identità plurale? Ecco il secondo punto: attraverso la cultura politica, un rinnovata attenzione alla cultura politica. Anche questo ce lo indica chiaramente il documento programmatico: ossia la necessità che tutti, compagni e compagne, sia che sia avvicinino o si riavvicinino alla politica in età adulta o giovanile, sia che da tempo siano impegnati in politica, è necessaria l’umiltà dello studio e della riflessione critica, questo vale per tutti, e in particolare a partire da chi ha l’impegno della cura del più piccolo circolo a salire nei ruoli e negli impegni.

Non bastano letture giornalistiche, spesso più legate alla comunicazione, a fare da cassa di risonanza piuttosto che a fare da informazione approfondita. E’ necessario affrontare i temi della nostra società complessa con approfondimenti articolati, non occasionali, non lasciati alla casualità personale. Per questo spero che la conferenza di Milano dia l’avvio a momenti formativi dislocati sul nostro territorio e a cui il nostro partito voglia dedicare una parte delle sue risorse economiche. Momenti specifici di formazione e autoformazione, chiamiamoli come vogliamo, aggiornamento, approfondimento. In tutti i lavori questo è previsto e ancora di più deve esserlo nella politica che deve saper guardare al futuro, che deve saper leggere il presente, che, come dice Nichi, deve essere in grado di “riagganciare la visione internazionale”. Questa formazione culturale pensata è il modo per fare quel salto in avanti e di qualità che è mancato a SEL e che è necessario, in ogni modo, al nostro soggetto politico.

La conferenza di gennaio, i tanti tavoli tematici i cui lavori vedrei poi raccolti in 5/6 macrotemi programmatici e approfonditi su cui basare poi l’attività politica territoriale, aspetti programmatici che devono essere anche con molta chiarezza comunicati a tutti, dentro e fuori di SEL e, quindi, la ricerca di un nostro linguaggio.

E dunque, e concludo, un passaggio culturale essenziale che ci deve fornire una nuova antropologia e un nuovo linguaggio per la realizzazione della nostra politica onesta e concreta.

Luisa Simonutti       Assemblea nazionale di Sinistra Ecologia Libertà – Roma 20 dicembre 2014

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La « politeia » di « Sinistra Ecologia e Libertà »

Sono molti i punti sui quali mi piacerebbe porre l’accento come, ad esempio, il tema della pace come diritto delle genti; un diritto che è prima di tutto una convinzione che dobbiamo contribuire – assieme alle associazioni nazionali e internazionali- ad affermare, a farne un sentire diffuso nelle persone, nella cultura politica e nella società rendendo così il diritto una realtà.

Non posso che ribadire la drammatica riduzione dei diritti in atto oggi in tutti gli aspetti del nostro sociale e per i giovani : nel lavoro, nella informazione e, sottolineo, nella scuola, il diritto allo studio, il diritto a imparare e a insegnare in un contesto materiale che non sia umiliante per mancanza di risorse e che non sia la conseguenza della disattenzione e devalorizzazione di tutti i gradi della istruzione e della ricerca, umanistica e scientifica.

Ma su un solo tema scelgo di fermarmi, un aspetto che oggi mi pare centrale. SEL si trova di fronte a impegni e assunzioni di responsabilità di fronte ai cittadini, alla sinistra diffusa e a quella strutturata, vorrei che “Sinistra Ecologia e Libertà” si ponesse davvero come un parametro di pratiche concrete di buona politica, vorrei che costituisse un parametro di qualità tra virtù e necessità politica, trovando un equilibrio tra queste.

Le scelte che abbiamo già davanti e quelle legate alle future elezioni devono seguire le coordinate valoriali espresse nel nostro pregnante manifesto fondativo.

Ancora oggi facciamo fatica a dare sostanza a quel documento e a quelle parole. Ma quel documento fondativo è parte essenziale del risanamento e della ricostruzione della collettività politica che dobbiamo prima di tutto fare ; è il modo di rompere con la politica attuale affermando una idea della pratica politica che possa e debba essere differente.

Qui le donne, la Rete nazionale delle donne SEL, segna la sua  presenza di elaborazione e di responsabilità.

Mi pare che queste siano alcune delle vie per costruire quel punto di vista, quello sguardo ampio e coraggioso, quel programma fondamentale che darà a « Sinistra Ecologia e Libertà » il senso e l’autorevolezza per affermare la cultura politica di cui spesso parliamo. Nomino soltanto quelli che ritengo 3 punti saldi :

  1. la necessità di volere davvero, e di sostenere la partecipazione degli iscritti (noi oggi votiamo lo statuto, poi ci saranno i regolamenti a anche altre modalità come le primarie), di sostenere la partecipazione delle forze vive e attive nei movimenti e le voci della società, e darne riconoscimento politico poiché non dobbiamo dimenticare che la parola antica « politeia » non significa « potere », non significa « rappresentanza » ma significa « partecipazione alla vita dello stato».
  2. La nostra proposta politica, il nostro programma deve essere costruito e  attuato con metodo, coerenza e trasparenza in ogni sua tappa e per tutti i compagni in qualsiasi ruolo siano.
  3. Infine, l’ultimo. La difficoltà del momento impone la nostra competenza; è un aspetto ineludibile se vogliamo produrre pratiche politiche di governo ; e c’impone anche coscienza nel tradurre nella pratica idee e programmi in modo coerente senza autoassolverci da strategismi e da opportunismi ma in un senso di gratuità della politica e di una idea della politica come bene collettivo e per il bene equo e collettivo.

Intervento di L.S. all’Assemblea nazionale di SEL, Roma, 8 ottobre 2011

Legge elettorale: stretti fra due referendum

Legge elettorale: stretti fra due referendum.

Lo strumento del referendum fa paura alla classe politica attuale, senza distinzione di colore. Gli ultimi referendum che abbiamo voluto e votato, ad esempio, sono stati ostacolati in tutti i modi. Ci hanno provato abolendo l’election day, poi hanno provato ad approvare una legge (che fingeva di rinunciare al nucleare) per farlo saltare. Infine quando ci siamo espressi in massa il 12 e 13 giugno contro l’assoggettamento dei beni comuni alle logiche di mercato, hanno lavorato coi peggiori azzeccagarbugli per aggirare la volontà popolare (inserendo norme illegittime all’interno della manovra finanziaria, o interpretando in maniera restrittiva il concetto di servizio pubblico, come ha fatto il sindaco di Firenze, che ha annunciato un piano di privatizzazione dei servizi molto spinto).
L’ultima tecnica per contrastare la volontà popolare e mantenere lo status quo è quella di proporre referendum concorrenti sulla stessa materia. E’ quello che sta accadendo con il referendum chiamato “anti-porcellum”: sono nate due iniziative referendarie per cercare di superare, contro la volontà della maggioranza parlamentare, l’attuale legge elettorale voluta da Calderoli e Berlusconi nel 2005 (legge n. 270/05), ma procedono senza il minimo coordinamento e con obiettivi contrastanti. Hanno depositato tre quesiti referendari Stefano Passigli e Giovanni Sartori per abrogare in parte il “porcellum” eliminando premio di maggioranza, designazione del premier e liste bloccate, generando così un sistema proporzionale con sbarramento al 4%. Subito dopo sono arrivati i due quesiti di Arturo Parisi e Andrea Morrone che mirano a cancellare integralmente il porcellum dichiarando che così tornerebbe in vigore il sistema elettorale precedente, ovvero la legge Mattarella approvata nel 1993. Nel merito però il Mattarellum mantiene lo strapotere delle segreterie dei partiti che decidono i candidati dei collegi uninominali e le liste bloccate della quota proporzionale; inoltre, siccome nei collegi uninominali passa un solo candidato, si produce un effetto distorsivo della volontà degli elettori simile al premio di maggioranza.
In due referendum sono comunque in aperto conflitto fra loro e entrambi rischiano di non raggiungere l’obiettivo perché la raccolta delle firme si è avviata tardi sia per il duello fra i due, sia per l’accenno del PD alla presentazione di una proposta parlamentare (un doppio turno di collegio con sbarramento e recupero proporzionale) che sembrava mettere d’accordo quel partito, ma l’ipotesi risulta ora abbandonata.
Non possiamo poi tacere che, se entrambi i referendum dichiarano di voler superare il porcellum, quello di Parisi sembra proposto solo per bloccare l’altro e inoltre, pur se dovesse raggiungere le 500.000 firme necessarie, non intaccherebbe minimamente il Porcellum, perché con ogni probabilità sarebbe bloccato dalla Corte Costituzionale: Parisi pretende infatti, con la cancellazione del Porcellum, di far rivivere il Mattarellum, tacendo il fatto che la “riviviscenza” di una legge già abrogata può essere operata solo con legge approvata dal Parlamento e non da un referendum che può solo abrogare, non esprimere altre volontà; e la Corte Costituzionale ha stabilito che può essere ammesso un referendum in materia di leggi elettorali solo se “ne risulti una coerente normativa residua, immediatamente applicabile, in guisa da garantire, pur nell’eventualità di inerzia legislativa, la costante operatività dell’organo” (sent. 32/1993).
Non ci interessa scoprire se il referendum di Parisi sia effettivamente un inganno o solamente un errore, basta sapere che è almeno un azzardo e che con questo referendum – che probabilmente non sarà ammesso – la raccolta firme non può avere l’effetto di stimolo sul Parlamento, mentre i quesiti del referendum proposto da Passigli – di abrogazione parziale e per singoli punti della legge del 2005 – sono di più probabile ammissione e, una volta indetto, giungerebbero al voto popolare o, realisticamente, spingerebbero il Parlamento ad approvare una legge di modifica per evitare il referendum.
Invitiamo pertanto chi abbia come obiettivo prioritario il superamento del Porcellum anzitutto a firmare per i tre quesiti di Passigli perché più probabilmente ammissibili; in ogni caso è possibile firmare per tutti i quesiti referendari, di Parisi e di Passigli, sapendo che i secondi non danneggiano i primi e viceversa: infatti se il referendum Parisi risultasse inammissibile, si voterebbe per quelli di Passigli.
Chiunque può firmare presso la segreteria del proprio Comune di residenza, ricordando che i quesiti di Parisi sono due, i quesiti di Passigli sono tre.

il Forum democrazia – giustizia – diritti di SEL Firenze, 7 settembre 2011
mail a: democrazia-giustizia-diritti@selfirenze.org

PARTECIPAZIONE E RESPONSABILITA’ Riflessioni aperte su SEL

Si è creato uno spartiacque politico, ma soprattutto etico-sociale e lunedì mi sono di nuovo sentita felice di essere italiana anche davanti agli occhi di amici europei che da anni mi interrogavano e non si spiegavano le sorti dell’Italia. E’ cambiato il paese, è cambiata la percezione di noi stessi, e gli attuali governanti come Brunetta & C. ci sono ormai estranei, non solo non rappresentano la nostra idea di politica ma la loro presenza è un insulto al paese che vive, che produce, che ama.

Non solo è merito delle primarie, delle amministrative e naturalmente dei referendum, ma prima di questi, della raccolte di firme un anno fa, e poi delle mobilitazioni per il lavoro e per la Fiom, della battaglia di studenti e ricercatori, dei precari e dei giovani di “il nostro tempo è adesso”, del movimento delle donne, insieme ai molti comitati per l’alternativa, delle liste di cittadinanza, delle cooperative per la decrescita felice, delle officine per il bene comune, le fabbriche e i laboratori politici che sono nate nell’arco di questo anno e che hanno rimesso in moto la coscienza civile. La passione e la riflessione politica hanno ripreso un senso alto per le persone e per la loro vita concreta. Gli italiani non sono sudditi ma cittadini e l’hanno dimostrato anche agli osservatori stranieri: proprio questi movimenti e in particolare le persone e la grandissima presenza dei giovani e delle donne dentro i comitati dell’acqua. Questo è un risveglio, un cambiamento sociale non azzerabile con opportunismi e con strategismi, una spinta collettiva e dal basso che è culminata nei referendum. Va detto con chiarezza che quello questo risveglio che è avvenuto è stato fatto dalla base. Ancora un dato deve essere ribadito perche’ mi pare sia stato trascurato: in questo referendum il 25% delle persone che ormai da tempo hanno abbandonato il voto, sono tornate a fare una scelta che ha un alto valore politico e che non si può rinchiudere dentro il perimetro di qualche partito.

Dunque hanno vinto le persone di ogni età, hanno vinto i giovanissimi che si sono sentiti lontani dai partiti, perfino refrattari ad essi, ma che si sono mobilitati con impegno ed entusiasmo per mesi, fin dalla raccolta delle firme, con gioia, fantasia, ironia. E’ vero che SEL è stato presente in questo processo, un merito che deve essere riconosciuto, tuttavia ora deve stare attenta a non soffocare questo risveglio, con tatticismi, personalismi o vecchie filiere. SEL deve arricchire la sua prospettiva politica proprio grazie a queste persone che nella società hanno agito questo risveglio. Dare spazio a queste persone facendole diventare protagoniste della politica con la P maiuscola. Quali sono, dunque, le richieste che sono emerse e che devono entrare a far parte della politica di SEL e che, fra numerose altre, mi paiono essenziali? Due: 1. partecipazione e 2. comunicazione/informazione. C’è infine un terzo punto, 3. responsabilità, sul quale verrò in conclusione.

1.Partecipazione: Questa partecipazione non può venire strumentalizzata, usata all’occorrenza, espropriata del suo peso politico fino a perderla. Salutandoci due sere fa, in una cena con le persone che nel mio quartiere hanno lavorato nel comitato referendario, ci siamo salutati e abbracciati (molti di noi non si conoscevano prima) e ci siamo detti “restiamo uniti, restiamo attivi”. SEL, la sinistra devono quindi non solo intercettare (un termine che non mi piace perchè ha un sapore militaresco e strumentale) ma devono essere parte di pensieri ed elementi propulsori nella società, renderli progetto a un tavolo di governo. Non utilizzare un’istanza e farne materia di consenso, (modalità populistica e raccogliticcia) ma ispirare un concetto nuovo di consenso: ora devono essere i nostri amministratori a “consentire” con i cittadini, alle idee che i cittadini, i migranti, propongono agli amministratori stessi. E poi ora che abbiamo un’ampia e diffusa rete di amministratori non dovremmo proporre loro un progetto comune e chiedere loro di farsene coerentemente portatori? Potrebbero i nostri amministratori, per fare due esempi concreti, rendere operante in ogni luogo possibile il “modello Caulonia” sull’accoglienza dei tanti immigrati o fare propria l’esperienza di Nichi sulla riduzione dell’indennità?

Quindi ascoltare e proporre, ascolto e proposte, temi, progetti, programmi che devono essere risposte possibili, credibili, che vanno alla radice dei problemi in un dialogo e in un confronto continuo e inesausto con le persone nella loro realtà quotidiana lavorativa e affettiva, oltre che con i movimenti e le associazioni, gli altri partiti. E qui il compito dei nostri forum (nazionali e locali) deve essere proprio quello di non accontentarsi di fornire quadri generali, ma di entrare nel merito dei temi, ossia offrire delle proposte da confrontare con la realtà della vita delle persone ma approfondendo con capacità, fino a fornire articolati di legge. Per esempio – e qui non posso che elencare alcune delle istanze – un programma economico realistico dentro cui tentare una risposta a occupazione e precariato. L’ideologia liberista è ancora l’epicentro delle scelte economiche europee: privatizzare, contrarre i salari, contenere l’inflazione etc. La Grecia va osservata come esempio estremo del processo in atto. Ma dai referendum è uscita la critica decisa, la condanna della logica del profitto oltre che la centralità dei beni comuni e della loro gestione pubblica e collegiale; la richiesta di un progetto energetico nazionale; l’esigenza di una lettura coerente dell’Italia sulla scena internazionale; la necessità del rilancio dei finanziamenti pubblici ad una scuola, università e ricerca statali, una riaffermazione della sua dignità e del suo ruolo fondamentale per il progresso del paese; una soprattutto una richiesta di uguaglianza non solo nella giustizia, ma nell’accesso alle possibilità economiche e sociali, dunque la concretizzazione della democrazia.

2. Comunicazione: anche questo è un tema del massimo rilievo fuori e dentro il nostro partito. Non parlo della questione pur importantissima della Rai e della informazione da parte dei media. Voglio solo evocare che in questa crescita della coscienza collettiva almeno nell’ultimo anno, i social networks, i video virali ecc. sono stati essenziali e hanno supplito e spesso corretto la carente e cattiva informazione pubblica. E inoltre il “Movimento 5 stelle”, anche se a volte presenta elementi discutibili, ha contribuito a far emergere e ha portato tra il popolo del web tanti temi sensibili alcuni dei quali, sono stati raccolti e diventati istanze politiche più generali. Spesso sentiamo parlare di comunicazione dal basso, ma attenzione, la comunicazione deve essere multidirezionale e se la comunicazione avviene in una sola direzione allora si tratta di un’affermazione pleonastica: se la comunicazione avviene in una sola direzione, allora è propaganda, non è comunicazione, ne’ informazione. Attenzione, perché questa è una nuova forma di opacità e di disuguaglianza che si replica non solo nelle TV e nella rete ma anche dentro il nostro partito, anche ai livelli locali. I due punti che ho affrontato – partecipazione e comunicazione – e tutto quello che abbiamo visto in questi mesi sono ascrivibili a una richiesta di uguaglianza e di democrazia. Connesso a questo è il mio terzo punto, e concludo. Non ritengo corretta l’idea che anche alcuni politologi hanno sostenuto, ossia che esista un trend globale verso la personalizzazione della politica. Noi abbiamo degli esempi che dimostrano il contrario: il modo di fare politica di Amelia, la strada che lei ci ha indicato, e Giuliano che l’ha percorsa e soprattutto i referendum hanno dimostrato chiaramente che esiste un modo collettivo, collegiale, partecipato, egualitario e comunicativo di fare politica.

3. Responsabilità. Ecco dunque l’ultimo punto: la responsabilità di SEL per una politica di democrazia reale e partecipata e non funzionale a strategismi. In questa ottica, SEL dovrà proteggere l’istituto del referendum che è scelta e partecipazione da parte delle persone che prendono nelle proprie mani la cosa pubblica, la politica appunto. Questo istituto del referendum che non è una panacea ma un importante correttivo alla sregolatezza del potere, è il contenimento di fronte a un deficit democratico, deve quindi essere tutelato da futuri sicuri attacchi per svuotarlo, se non annientarlo. Ora che ha dimostrato il suo successo sarà oggetto di operazioni di aggiustamento perche’ il potere e la burocrazia lo contrastano. Centrale è la questione della legge elettorale e, in queste ore, i comitati che hanno appena festeggiato la vittoria si stanno già dando, con convinzione, appuntamento per il prossimo referendum. Ma qui, oggi, in questa assemblea della dirigenza di SEL dico che mi stanno a cuore le primarie per tutti: per selezionare la nuova dirigenza, per i deputati e per i senatori. So benissimo che le primarie possono essere solo una formula astratta, uno slogan, ma oggi sono uno strumento essenziale che ci serve a far emergere una progettualità e una energia originaria, che ci sono necessarie per indicare la prospettiva della nuova politica. Vogliamo un partito che porti avanti queste istanze e che non abbia come suo principale scopo il finanziamento o alcune carriere. Proprio ora i partiti appaiono alla gente l’anello mancante, manca quella forma partito capace di organizzare e di rappresentare questa parte di società che ha ritrovato la sua coscienza etica e civile e che è in movimento. SEL ha una responsabilità perche’ si è collocata nelle consultazioni elettorali, come partito che vuole essere di governo e che, quindi, deve assumere su di se’ una progettualità, una coerenza e una continuità temporale che non è richiesta e non è necessariamente nelle corde dei movimenti che, dentro la società, sono soggetti a una ciclicità, a picchi e cali dati dalle acutizzazioni delle condizioni sociali. Deve ascoltarli, deve ascoltare le associazioni, l’ascolto è importante, ma come la vedo io, cosa ora vuol dire essere un partito? Prendere una parte, ma oggi non basta, oggi un partito deve essere quella parte e vivere quella parte. Quello che viene chiesto oggi è di essere quella parte. I partiti si sono distaccati dalla società e stanno solo recitando una parte. Ma non possiamo fare una politica che punta contemporaneamente sul rosso e sul nero. Le nostre proposte devono essere omogenee e coerenti. Ho sentito in questi giorni molte parole, frasi, concetti che spesso risuonavano simili se non uguali da diversi esponenti di partiti, ma allora è urgente sperimentare con chiarezza quello che e l’indirizzo di SEL, con i modi e con i contenuti che ho appena indicato. E attenzione a non intrappolarci in ricerche ossessive di alleanze elettorali, di gattopardesche dissolvenze. Vorrei finire con un esempio concreto di una serie di attività iniziate in un quartiere di Firenze la scorsa estate e che continuano ancora e alle quali ho partecipato e partecipo con convinzione. Un piccolo cantiere dell’alternativa in cui i vari partiti, volta a volta due o tre insieme a Sel, Pd, Idv, Federazione della sinistra su temi centrali come il rinnovamento della politica, i rifiuti, il PIL, le energie rinnovabili, la scuola e la ricerca, la democrazia ecc. hanno collaborato e collaborano con interventi dei loro esponenti cittadini e nazionali. In questi incontri abbiamo messo paradigmi a confronto, una cosa necessaria e utile, ma il mondo reale è stato, molto spesso, lasciato fuori, alla finestra.

Assemblea Nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, Roma 18 giugno, 2011

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Intervento Assemblea Nazionale di SEL, Roma 18 giugno

Intervento all’assemblea regionale toscana di “Sinistra ecologia e libertà”

Il documento politico della Presidenza, le relazioni dei due candidati al compito di coordinatore regionale e gli interventi che mi hanno preceduta hanno sottolineato aspetti programmatici centrali sui quali intervenire con la nostra iniziativa politica, una politica che si deve iscrivere nelle pratiche non negoziabili della democrazia, della trasparenza e della partecipazione plurale.

Il mio intervento si articolerà su due punti che mi pare valga la pena mettere in maggiore rilievo. La centralità del ruolo delle regioni sancita nel 2001 dalle modifiche costituzionali del Titolo V, pongono al centro alcuni temi difficili che richiedono a SEL una specifica attenzione politica e iniziativa programmatica. La condizione di privilegio politico e culturale della nostra regione impone il ruolo di guida sui molti aspetti già evocati oggi (ambiente, precariato ecc.) ma vorrei attirare l’attenzione di questa assemblea e del futuro coordinatore su due aspetti da aggiungere alla già ricca discussione e che mi limito ad accennare:

a) Sul modo come il federalismo debba essere attuato: un tema che ridisegnerà in tempi brevi la nostra nazione. Su questo tema SEL si deve impegnare affinché non si stravolgano i fondamenti di equità sociale e non si lasci attuare una torsione della idea di una formazione culturale nazionale.

b)    Fa parte proprio dei fondamenti della uguaglianza e della equità sociale, che è prima di tutto basata su una concezione della società in cui vogliamo vivere, la difesa dell’istruzione scolastica, della formazione permanente.  Gli investimenti della regione per l’università e per la ricerca scientifica diventeranno aspetti sempre più rilevanti ma si aprirà anche il rischio della regionalizzazione, di una perdita di autonomia, della perdita di indirizzi nazionali e di debolezza nel confronto internazionale, rischi che si stanno prefigurando nelle forme del reclutamento e nella regolamentazione della collaborazione tra privato e pubblico.

Questioni molto interconnesse, che in parte stiamo già analizzando nei forum provinciali.

Il federalismo in tutto questo può costituire un’opportunità, può offrire un’occasione per un’attenzione maggiore in tanti settori e in particolare in quello della formazione e della ricerca, ma richiede allo stesso tempo una nostra visione forte della direzione in cui vogliamo far procedere la nostra regione.

Qui vengo al secondo punto. Non credo che possiamo trascurare questo aspetto, proprio ora che ci stiamo avvicinando ad un progressivo sgretolamento del PDL, del suo presidente e ci stiamo avviando verso le elezioni.

Sul tema elezioni apro una parentesi: la necessità delle primarie per scegliere le candidature a tutti i livelli, consiglieri regionali, parlamentari, presidenti, non è un tema negoziabile. Su questo punto SEL Toscana deve essere un esempio di attuazione.

Ma riprendo il secondo punto. In un panorama dove FLI è debole, il centro è ondivago, e il PDL inizia a cedere, mi domando se la Lega potrebbe attestarsi presso i cittadini disorientati come il nuovo perno della politica italiana. Agli occhi dell’Italia poco reattiva, la Lega rischia di presentarsi come il partito che si smarca dal libro paga di Berlusconi, come è invece il PDL. Può presentarsi anche in Toscana di fronte a un tessuto sociale oppresso dalle paure: paura della crisi che morde, paura di ondate migratorie, paura di forme di delinquenza nelle città e nei paesi. La Lega, lo sappiamo, sa molto bene cavalcare tutte queste paure e sa presentarsi attenta alle esigenze dei cittadini, non solo delle campagne e delle vallate.

Non dobbiamo pensare che questa sia una questione lontana da noi, né lasciarci irritare dalla rozzezza delle suppellettili verbali leghiste e pensare così che non avrà presa. In un panorama in cui mancheranno punti di riferimento, dove permangono forti le difficoltà della sinistra, mi chiedo se la Lega non potrà convogliare malcontenti, disaffezione, delusione.

Prima di avviarmi alla conclusione vorrei fare un cenno alla questione del Mediterraneo: una serie di eventi grandi e importanti, che anche lì ci devono far riflettere oltre l’entusiasmo e servire di ammaestramento per SEL.

E’ vero che è stata un’emozione vedere le piazze parlare così chiaramente al mondo, e tutti noi ci siamo chiesti perché anche in Italia non si affermava la stesso impeto di cambiamento. Tuttavia il processo è complesso, perché ci sono elementi diversi, e perché molto del futuro democratico o meno in questi paesi mediterranei si gioca nella capacità di far emergere una nuova classe dirigente in grado di portare avanti questo processo di democratizzazione. Un nuovo non facile poiché i governi autoritari, le dittature esplicite o implicite hanno in comune il carattere di impedire, di dissuadere lo sviluppo politico delle persone e preferiscono richiamare alla unità popolare fittizia attorno a un premier, un capo.

E qui, alla fine, vorrei proporre la seguente riflessione. Il nostro partito è nato da poco, si sta ora organizzando ed è proprio in questo momento, a questo punto che è necessaria una particolare cura verso SEL. Ne ho discusso a lungo e ne discuto con i compagni. L’esigenza della cura del nostro partito si può sentire in diversi modi, ma per me avere cura di SEL significa farlo nascere e crescere su pilastri che ne garantiscono una vita vera.

La chiarezza delle idee, la trasparenza dei metodi, mi paiono elementi essenziali non solo da enunciare ma da forzarsi ad applicare subito e sempre.

Molti guardano al nostro partito con attesa e speranza e l’esistenza di questi possibili elettori è la prova della giustezza della nostra esistenza. E ancora sono numerosi i compagni che, alla loro prima esperienza politica o dopo aver lavorato in associazioni, si sono fatti parte attiva in SEL. Ho l’impressione, in verità, che sono una parte molto ampia in SEL, anche se costituiscono la parte più silenziosa, più diffusa e forse meno percepibile dentro il nostro partito.

Tuttavia esiste sempre, per un naturale processo, il raggrumarsi di esperienze politiche passate. Esperienze importanti che devono costituire un humus d’arricchimento per tutti noi ma che non devono rischiare una nuova ossificazione, nelle idee e nelle pratiche. E’ necessario invece ampliare e incoraggiare la partecipazione attiva di compagne e di compagni, di differenti e molteplici esperienze politiche anche se non partitiche, non lasciare inascoltato quel ricco e quel nuovo di cui parla sempre Vendola.

Ascoltare per capirsi, ascoltarsi per trovare una sintesi comune e sempre realmente aperta. Tenere la barra dritta alla chiarezza delle idee e alla trasparenza delle pratiche, pur nelle inevitabili difficoltà. Ma è preferibile una verità difficile su cui tuttavia è possibile costruire saldamente: questo, secondo me, è avere un futuro e questo, per me, è avere cura del nostro partito.

Luisa Simonutti

Assemblea regionale, Ponte a Elsa, 20 febbraio, 2011

I° Congresso nazionale SEL – Firenze, 22-24 ottobre 2010

La relazione di ieri di Vendola ha delineato uno scenario nazionale e internazionale e ha indicato e chiarito molti punti del nostro Manifesto di valori e programmatici, punti pienamente condivisibili e che ieri e oggi molti compagni hanno ripreso e argomentato. Non mi fermo sull’analisi politica generale ma mi soffermo su un solo punto che ritengo centrale: quello del rispetto e della attuazione delle regole democratiche e della creazione e promozione di condizioni di uguaglianza per tutte le persone.

E’ una questione che permea molti temi, da quello della pace a quello del lavoro, a quello di una economia che redistribuisca equamente il reddito, alla questione delle donne e dei giovani a quelle dei migranti, fino alle questioni che riguardano gli ultimi degli ultimi che vivono nelle carceri, ma questi temi della uguaglianza e della democrazia, senza la prima non si attua la seconda, attengono a questa nostra platea fatta di presidenza e di delegati, che deve indicare su quali contenuti programmatici e secondo quali modalità nasce “Sinistra Ecologia e Libertà”.

Da molti interventi di questi due giorni e dai racconti che delegate e delegati di regioni diverse mi hanno fatto mi è sorta una preoccupazione che vorrei esprimere. Se, come dice Vendola, dobbiamo dare corpo e sostanza alle parole, allora le parole trasparenza e democrazia devono far parte non solo del nostro vocabolario ma devono essere incarnate qui ed ora per dimostrare, come in un algoritmo consequenziale, quello che questo partito vuole essere e la direzione che vuole intraprendere. Non al prossimo giro, in una futura votazione, alle primarie ecc., ma ora, qui.

Queste parole per me hanno un significato non eludibile e hanno una corrispondenza precisa nella realtà delle cose. Concludo dunque sottolineando che molte persone che ora sono in SEL e non sono eredità di altri partiti, si sono avvicinate e si sono tesserate per sostenere il progetto di SEL per i suoi contenuti e per la promessa di metodi nuovi. La mia è, insieme, una richiesta politica e un appello accorato di non venir meno ai principi che ci siamo dati; tradire il senso di queste parole, trasparenza e democrazia, dentro Sel e, più in generale, nel confronto politico e sociale significa perdere molte persone che ora sono in SEL, significa respingere lontano dalla politica molte persone che, nella società, attendono questo nostro nuovo inizio.

Vogliamo essere una forza di governo? Vogliamo germogliare? Allora nasciamo davvero nuovi e vivi. I contenuti espressi nel nostro Manifesto ci rappresentano e ci identificano con chiarezza nel panorama della politica italiana, ma altrettanto, lo faranno la coerenza nella messa in atto di queste idee. Contenuti e metodi devono essere i caratteri che ci fanno individuare da chi ci guarda, dalla alta percentuale di elettori, delusi, disamorati, indifferenti alla politica come qualcosa per cui vale la pena d’impegnarsi. Ma se noi non ci stacchiamo dalle metodiche politiche antidemocratiche allora saremo, per riprendere la metafora di Vendola, un seme che muore soltanto, senza germogliare. Ma io non voglio arrendermi all’idea di una vita politica irriformabile e desidero davvero dare sostanza alle parole: partecipazione, trasparenza, democrazia.

video dell’intervento

CNR, Roma 31 maggio 2010

CNR, Roma 31 maggio 2010

Luisa Simonutti – ISPF, Milano

Ringrazio il Presidente Prof. Maiani per aver promosso questa due giorni di incontri che ritengo sia un importante segno di cambiamento nella gestione dell’Ente e di una vera attenzione alla sua rete scientifica.

Mi sono documentata sulle molte cose importanti, provvedimenti, decreti e raccomandazioni europee, per partecipare a questa giornata e molte cose importanti, difficili e puntuali sarebbero da dire e molti aspetti importanti sono stati toccati dai colleghi che mi hanno preceduta. Ho scelto, dunque, di limitarmi a definire un solo punto che reputo essenziale perché sono convinta che una volta chiarito e condiviso questo punto fondamentale seguirà una coerente declinazione di questo principio nelle regole dello statuto e del nuovo ordinamento. Sono altrettanto convinta che una volta definito questo punto fondamentale, ossia la missione del CNR, le migliori competenze scientifiche e amministrative presenti nel nostro Ente faranno sì che l’idea guida sia correttamente applicata dentro il regolamento statutario.

1. Propongo e auspico l’istituzione di un osservatorio per garantire un costante dialogo e una verifica lungo il percorso difficile della attuazione dei nuovi regolamenti dell’Ente.

2. Ma ecco il punto centrale: Mi rivolgo a Lei, Presidente perché Lei mi rappresenta, per affermare la convinzione che la missione che deve ispirare e guidare ogni atto scientifico, amministrativo e di politica culturale deve essere quello della difesa della scienza in tutti i suoi aspetti: matematico-fisici, biologico e delle scienze umane. Una missione che deve avere come pilastri la difesa e la promozione della ricerca di base e applicata, della ricerca indipendente e curiosa volta all’avanzamento della conoscenza. Per ottenere questo è necessario affermare, a garanzia di tutto ciò, autonomia statutaria e di programmazione e il finanziamento pubblico della ricerca scientifica.

Questo a maggiore ragione ora che il CNR, il suo Presidente, con il Consiglio di Amministrazione e con tutta la rete scientifica e amministrativa, deve avere il coraggio di non appiattirsi su scelte governative che distruggono la ricerca di base e la ricerca scientifica in Italia favorendo un equivoco ingannatore secondo il quale i meriti e i risultati della ricerca si misurano direttamente ed esclusivamente nei risultati materiali e nell’applicazione tecnologica attuabile in tempi brevi, di immediata ricaduta industriale e quindi di operare le scelte economiche in base a questa regola.   Acconsentire a questa idea, o assecondarla con il silenzio complice, renderebbe responsabili tutti noi e il CNR in tutte le sue funzioni, responsabili dell’annientamento della ricerca scientifica che qui definisco usando le parole autorevoli di un premio Nobel che cito:

“La scienza sia e debba continuare ad essere “curiosity driven”, sostenuta dalla curiosità. Gli straordinari recenti contributi della Scienza al progresso tecnologico, (…) non devono farci dimenticare che il progresso scientifico è nella più larga misura il risultato del libero gioco di intelletti liberi che lavorano su temi di loro scelta, nei modi dettati dalla loro curiosità. La ricerca scientifica fondamentale è un’attività insostituibile, di immenso significato per il genere umano, per aumentare le nostre capacità di descrizione e comprensione del mondo e migliorare le nostre condizioni materiali, la vita sociale e il benessere.” (fine della citazione)

Questa definizione di scienza è affermata con chiarezza dai principi fondamentali della nostra Costituzione secondo la quale la “Repubblica italiana promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica” (e non la commissiona) nella più ampia collaborazione internazionale con Università e Istituti di ricerca.

E’ questa idea di scienza e di ricerca scientifica che sostengono con appropriati finanziamenti i più avanzati paesi europei, gli Stati Uniti e i paesi emergenti del lontano Est asiatico.

Naturalmente il contributo delle fondazione e istituzioni, enti privati è centrale, i loro finanziamenti e la loro collaborazione sono essenziali per lo sviluppo della scienza nel nostro paese, ma devono essere coerenti con i valori e le idealità espresse dalla missione del CNR.

3. Devono inoltre essere oggetto di valutazione (come è stato opportunamente fatto per gli Istituti CNR), la validità e la efficacia di queste collaborazioni con fondazione e istituzioni, enti privati secondo i parametri scientifici e valoriali del CNR.

Deve, altresì, essere chiaro che ricerca di base, ricerca applicata e tecnologica, di pari passo devono contribuire al progresso scientifico del nostro paese; deve essere chiaro che la ricerca libera, indipendente e curiosa è l’humus, il terreno fertile su cui si può innestare il progresso tecnologico. Senza la prima non ci potrà essere il secondo, se si inaridisce la ricerca di base, lo sviluppo tecnologico ancorché sostenuto economicamente lentamente è destinato a essiccarsi: se togliamo le foglie l’albero si seccherà e I frutti non giungeranno a maturazione.

4. La missione del CNR è a mio avviso in modo prioritario la ricerca scientifica e come conseguenza quello di fornire un servizio tecnologicamente avanzato ai committenti. Una scelta coraggiosa che sembra andare in controtendenza rispetto alle indicazioni del governo e dell’opinione pubblica, ma il consenso, la opinione più popolare non sono necessariamente quelle vere, quelle più significative per la ricerca scientifica, opinioni  e scelte di governo che non sono quelle più utili al nostro paese.

5. Concludendo, mi rivolgo al Consiglio di amministrazione, all’intera struttura scientifica e amministrativa del mio Ente e mi rivolgo prima di tutto a Lei, Presidente, perché Lei, come si usa dire oggi, “in my name”, operi per garantire che statuti e ordinamenti siano attuati secondo il principio della promozione della ricerca, scientifica e umanistica, che sia di base e applicata, libera e pubblica.